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Si suona, a Napoli!

Sabato 10 Luglio 2021
Chiesa di Sant’Andrea, ore 21.30

Catherine Jones, violoncello barocco
Enrico Baiano, clavicembalo

La civiltà musicale napoletana si era distinta fin dalla fine del Cinquecento per l’appassionato sperimentalismo; l’equilibrio dei Modi tradizionali, del contrappunto classico e delle consuete sequenze armoniche veniva continuamente messo in crisi dall’esasperata ricerca di una nuova espressività e di un nuovo mondo sonoro. Questa ricerca riguardava anche l’aspetto puramente strumentale, che sorprende per la sua scrittura eterodossa e bizzarra.

Nella produzione per organo e clavicembalo la scuola napoletana si pone, già dalla fine del XVI secolo, in curioso parallelo con quella elisabettiana per l’eccelso magistero strumentale, per l’uso geniale e spregiudicato della tecnica tastieristica.

Ad una prima disamina della letteratura gli strumenti ad arco sembrano accedere in ritardo a questo livello, ma la qualità della scrittura strumentale (e quindi degli esecutori) all’inizio del XVIII secolo dimostra che doveva già esistere una tradizione consolidata.

Charles Burney, in A General History of Music, riporta la testimonianza di Geminiani, secondo il quale lo stesso Corelli, chiamato a Napoli nel 1703 per prendere parte ai festeggiamenti in onore di Filippo V di Spagna, fu messo in difficoltà dall’insolita scrittura violinistica di Alessandro Scarlatti, al punto da ritirarsi dopo alcuni infruttuosi tentativi di suonare, in orchestra, una Sinfonia del collega; la citazione continua così:

grandissimo fu il suo stupore [di Corelli] quando si accorse che l’orchestra napoletana eseguiva a prima vista i suoi concerti quasi altrettanto accuratamente di come lo faceva la sua orchestra dopo molte prove […]. E rivolgendosi a Matteo, suo secondo violino, il musicista disse: Si suona, a Napoli!

Anche la scuola violoncellistica napoletana parte da origini non perfettamente conosciute; a tutt’oggi non sono noti documenti riguardanti il violoncello precedenti il 1708. Eppure in quegli anni sono già attivi eccellenti virtuosi, come dimostra il frequente uso di uno o addirittura due violoncelli concertanti in cantate e serenate composte in quel periodo: Händel, per esempio, ne usa due nell’aria «Se m’ami oh caro» dalla cantata Aci, Galatea e Polifemo.

  • Francesco Paolo Supriani (1678-1753) Toccata per violoncello e b.c. con una parte diminuita
  • Francesco Geminiani (1687 – 1762) Sonata Op.V n°2 in re minore
  • Alessandro Scarlatti (1660 – 1725) Toccata per G re (cembalo solo)
  • Francesco Alborea (1691-1739) Sonata a violoncello e basso in re maggiore
  • Salvatore Lanzetti (ca. 1710 – 1780) Opus 1, Sonata VII in sol maggiore
  • Mattia Vento (ca. 1735 – 1776) Toccata in sol minore (cembalo solo)
  • Salvatore Lanzetti (ca. 1710 – 1780) Opus 1, Sonata VI in si bemolle maggiore